| Quaderni di birdwatching | anno IX - volume 17 - aprile 2007 |
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di Fabrizio Giudici |
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Come c'è arrivato? Sicuramente non era lì nei giorni scorsi perché l'avrei notato. L'unica spiegazione è che il piccolo sia arrivato qui volando, magari dal tetto dell'ospedale San Martino dove è noto che alcune coppie di gabbiani reali nidificano ogni anno. Infatti dopo poche ore noto che Beppe (ah, l'ho chiamato così perché deve ancora dimostrare di meritarsi qualcosa di più impegnativo, che so, un Jonathan) è perfettamente in grado di spostarsi da un tetto all'altro. Intuisco che i genitori, lesinandogli il cibo, lo stanno stimolando a vincere la pigrizia ed alzarsi in volo. La mattina del giorno successivo, infatti, riesco finalmente a beccare (perdonate il gioco di parole) Beppe durante uno dei suoi esercizi. In realtà pare cavarsela piuttosto bene, sa anche prendere le termiche che si formano a causa di tutto questo caldo nei canaloni tra i palazzi; però si vede che non ha il coraggio di allontanarsi troppo - probabilmente è arrivato qua dal San Martino a piccole tappe, tetto per tetto. Nei giorni successivi, verificare la presenza di Beppe sul tetto di fronte diventa la prima cosa che faccio al mattino. Confermando una innata tendenza degli animali ad essere dispettosi quando si sentono osservati, il giorno in cui mi viene in mente che potrei anche fare qualche fotografia faccio in tempo a scattarne giusto un paio prima che Beppe decida di cambiare definitivamente residenza e spostarsi su un tetto qualche decina di metri più lontano - sempre ben a portata di vista, ma oltre quella utile del mio teleobiettivo. La presenza di Beppe d'altronde è confermabile anche senza guardare sui tetti: basta ascoltare. Ogni poche ore uno dei genitori si avvicina e lui ricomincia la manfrina del cibo. Si presenta vicino all'adulto, sempre in atteggiamento di sottomissione e pigolando insistentemente. Il genitore di turno lo ignora finché può, allontanandosi camminando, qualche volta raggiungendo un comignolo con un colpo d'ali. Forse ogni tanto la coppia perde la pazienza e i due rispondono alle insistenze del piccolo con il tipico "grido a squarciagola" dei gabbiani, con il collo dritto e la testa rivolta verso il cielo (dopo aver preso slancio con una specie di inchino). Chissà, forse in gabbianese vuol dire "Non ti pare di avere rotto abbastanza per oggi?". Ormai i tre fanno parte del vicinato a buon titolo: sono qui già da una decina di giorni (e purtroppo ne fanno parte anche i bombardamenti quotidiani sulle auto - anche la mia ne fa le spese e il guano di gabbiano, specialmente con questo caldo, va lavato via subito o son dolori!).
Ecco, credo che ora Beppe sia arrivato sul mare, all'altezza di Corso Marconi. Penso proprio che sia la prima volta che lo vede. Chissà se i gabbiani si emozionano in questo momento. Io sicuramente mi sto emozionando per lui - il Padreterno oggi ha voluto donarmi questo piccolo grande momento. Beppe si allontana ancora; è poco più di un puntino ormai e si dirige in direzione del porto. Lo seguo per qualche minuto con lo sguardo, senza troppe difficoltà perché - stranamente - in questo momento è l'unico volatile di una certa dimensione in quella parte di cielo. E' ormai molto lontano; anche se spero che faccia ritorno ancora una volta sul tetto della casa di fronte, ormai ho capito che questo è il suo vero primo volo e non tornerà più. E' arrivato per lui il momento di prendere la vita nelle proprie ali ed ora cavalcherà i venti e le termiche come un Gabbiano reale che si rispetti. E, come sempre accade quando si saluta chi si mette in viaggio verso il proprio destino, sapendo che non lo si incontrerà più, provo un misto di gioia e di tristezza. |
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One of these mornings |
Una di queste mattine |
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