| Quaderni di birdwatching | Anno VIII - volume 16 - ottobre 2006 |
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Si pensi poi alla mortalità invernale delle popolazioni di stambecco e camoscio ad opera della valanghe, che lascia a primavera risorse trofiche quasi inaccessibili via terra, incassate in valloni ripidi e sperduti, sfruttabili soltanto se si dispone della capacità di volare, ma anche della forza per poter strappare la spessa pelle e per recidere i tendini, delle dimensioni e degli adattamenti per ingoiare ossa pressoché intere. Certamente ancor oggi le maggiori densità di Gipeti vengono raggiunte là dove vivono lo stambecco e il camoscio, oppure grandi mandrie di ungulati domestici, e non a caso le prime coppie insediatesi dopo il ritorno della specie sulla catena alpina si sono stabilite in zone dove è presente lo stambecco. In effetti se da un lato l'uomo ha contribuito al suo declino, dall'altro in alcune aree del mondo permette la vita a popolazioni anche importanti, come accade ad esempio in Medio Oriente e in Asia, dove vivono milioni di pecore e capre domestiche. In cambio il Gipeto fornisce un importante contributo nel limitare la diffusione di malattie, consumando le carogne rimaste sul terreno, e si spinge anche più in là, perché la capacità di digerire le ossa, da cui trae sostanzioso nutrimento, gli permette di sfruttare risorse alimentari che rimarrebbero a lungo sul terreno, a calcinarsi al sole. Come per altre specie, più che mai il suo destino è legato al nostro, la sua sopravvivenza alle nostre attività, ai nostri interessi e, a volte, capricci. Nel bene e nel male la popolazione iberica, ad esempio, dipende in buona parte dai programmi di alimentazione che, rifornendo i carnai, provvedono affinché anche le altre tre specie di avvoltoi godano di ottima salute.
Ma torniamo alla sua storia. Dopo aver vissuto per milioni di anni modificando a poco a poco la sua biologia, le sue abitudini alimentari e la sua capacità di sfruttare le poche risorse di un ambiente selettivo come la montagna, il Gipeto, al pari di molti animali preistorici, dovette fare i conti con l'arrivo dell'uomo; l'estinzione dei maggiori erbivori e carnivori del Pleistocene ad opera dei primi cacciatori-raccoglitori, arrivati al punto di relegare la fauna di grandi dimensioni sui rilievi eurasiatici e nelle regioni più inospitali, limitò la presenza dell'avvoltoio barbuto alle grandi catene montuose dell'Asia, dell'Europa e dell'Africa. Nel nostro continente l'areale di presenza storico va dalla Penisola Iberica ai Balcani, ma già negli ultimi due secoli, seppure sia massima la densità di ungulati domestici, la sua distribuzione geografica accusa una contrazione.
A partire dal 1986 in maggio o giugno 6-8 giovani Gipeti vengono trasferiti sui quattro siti di rilascio: il Parco Nazionale austriaco degli Hohe Tauern, il Parco svizzero dell'Engadina e il Parco Nazionale dello Stelvio, e ancora il sito dell'Haute Savoie, i Parchi gemellati del Parc national du Mercantour e il Parco Naturale delle Alpi Marittime. Questi siti sono stati individuati in base ad alcuni criteri, quali l'equidistanza fra loro, in modo che possano fungere da efficaci punti di irradiazione degli avvoltoi, la ricchezza di fauna selvatica, la presenza di un'area protetta. Nelle quattro vallate alpine si fanno i preparativi per accoglierli, si organizzano festeggiamenti, escursioni, convegni in occasione del lieto evento, si coinvolgono appassionati e non, per far sì che la specie acquisti sempre più un ruolo sociale positivo, che la preservi in parte dai capricci umani attraverso la creazione di un rapporto anche affettivo. "Ho visto un Gipeto!" hanno potuto dire in questi anni con soddisfazione ed enfasi diverse migliaia di persone sulle Alpi. Durante la creazione di un legame è normale dare un nome agli animali, lo facciamo tutti, e perciò ogni Gipeto rilasciato ha un nome, scelto fra tante possibilità che a livello locale hanno un significato: un monte, un paese, un'associazione, un evento, un amico scomparso, talvolta uno sponsor, opportuna risorsa per la riuscita dell'operazione. Sono 144 gli individui rilasciati finora, ognuno ha la sua storia, chi non si fa più vedere, chi per solo poco tempo, molti si lasciano osservare più e più volte mentre volteggiano sopra le creste, magari a poca distanza sulla testa degli escursionisti stupiti e eccitati. Sono circa 110 quelli ritenuti presenti oggi sulle Alpi, e 33 i giovani finora nati in natura, un bel successo! Ed è anche sulla gente comune che questo progetto ha scommesso: sono infatti gli abitanti e i frequentatori della montagna, alpinisti, escursionisti, cacciatori, pastori che in questi ultimi 20 anni hanno fornito la maggior parte delle informazioni sugli spostamenti dei diversi Gipeti. Ma anche molti ornitologi e appassionati hanno inviato preziosi dati sugli spostamenti e sull'identità dei vari individui. Lo hanno potuto fare, fornendo importanti notizie sui singoli individui, perché al momento del rilascio si provvede a marcarli tramite la decolorazione di alcune penne delle ali e della coda, ottenendo una-tre macchie bianche asimmetriche visibili anche a grande distanza. Valdieri, femmina rilasciata sul versante italiano, viene osservata con certezza almeno 62 volte dal 1996 al 2003, quando sembra aver stabilito la sua dimora in una valle poco distante dal sito di rilascio, insieme a Firmin, maschio rilasciato nel Mercantour e probabilmente ancora oggi presente nel suo territorio. E ancora Jo e Margunet, ora sostituita da Tell, che si sono insediati nel Parco Nazionale dello Stelvio ed hanno già dato vita a 7 giovani Gipeti, l'ultimo dei quali si chiama Braulio-Stelvio ed è nato nel 2006, Assignat e Melchior che si riproducono dal 1996 in Alta Savoia e hanno dato il via alla seconda generazione di Gipeti: sono solo due delle 14 coppie attualmente riprodottesi sulle Alpi. Il Gipeto è un animale complesso, vive a lungo e di conseguenza impiega molto tempo per raggiungere la maturità e quindi la capacità di riprodursi; nei sette lunghi anni della sua giovinezza cambia più volte il piumaggio, fino a vestire l'abito da adulto, che lo renderà uno dei più bei avvoltoi del mondo. Ed è questo cambiamento che obbliga chi segue con trepidazione le sue sorti a trovare altri sistemi, oltre alla decolorazione delle penne, per identificare i singoli individui: l'apposizione di anelli metallici colorati, visibili però solo raramente in volo, la raccolta di penne per condurre l'analisi genetica, l'apposizione di radio satellitari per seguirne passo passo gli spostamenti, la fotografia. Sono queste le tecniche che permettono oggi di avere un quadro più preciso della situazione. Se da un lato non hanno volto e nome le migliaia di persone che hanno provveduto a eliminare il Gipeto dai nostri orizzonti, ritenendo allora che non ci fosse spazio per lui, sono ben identificabili le persone e i gruppi che hanno creduto nel suo ritorno; IUCN, WWF, Frankfurt Zoological Society, Istituto di parassitologia e zoologia dell'Università di Veterinaria di Vienna creano nel 1978 la Fondazione per la Conservazione del Gipeto (FCBV) che provvederà negli anni successivi a definire e coordinare il progetto di reintroduzione, attualmente attivo nei quattro Paesi alpini. Dal 2003 le operazioni di rilascio, il monitoraggio della popolazione selvatica e la divulgazione dell'esperienza sono finanziati da un progetto dell'Unione Europea, coordinato da Asters, e che coinvolge molte aree protette e associazioni in Austria, Svizzera, Francia e Italia, protagoniste peraltro già da 20 anni. Molte persone sono coinvolte in questo grande ritorno, gratificate anche dal successo che il progetto di reintroduzione ha avuto, uno dei migliori esempi mondiali di questo tipo, con una prospettiva futura buona, se non subentreranno altri fattori perturbanti imprevisti. Non sono tutte rose e fiori, come si usa dire. Ci sono ancora alcuni punti critici da risolvere, come ad esempio i fattori di mortalità legati alle infrastrutture umane, primi fra tutti i cavi delle sciovie e gli elettrodotti, alle attività ricreative sempre più diffuse e invasive in montagna, ai tentativi di avvelenamento rivolti ad altre specie, che stanno prendendo nuovo vigore con il ritorno del lupo sulle Alpi. Di certo non bisogna adagiarsi sugli allori, ma avere un po' di ottimismo sì: il Gipeto potrà deliziarci ancora con la sua presenza, potrà ancora svolgere la sua importante funzione sanitaria, potrà ancora avere un futuro nel grande scenario che la natura costruisce giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, seppure vincolato per sempre alla storia del genere umano e alle sue contraddizioni.
A seconda della zona di osservazione i dati da te forniti verranno inviati al coordinatore locale, che saprà inquadrarli in una cornice più precisa, in quanto conosce bene l'evoluzione delle presenze di Gipeti nel suo territorio di competenza e ha spesso gli elementi per ipotizzare o determinare l'identità dei singoli individui. Sono importanti soprattutto le informazioni che provengono dalla vallate in cui non è ancora stata confermata la presenza di Gipeti, perché non è escluso che alcuni individui immaturi o subadulti stiano decidendo di stabilirsi in zone non coperte da osservatori. Contribuirai in tal modo al monitoraggio, indispensabile strumento per conoscere l'evoluzione della popolazione di Gipeto e per prevenire i rischi di disturbo o di mortalità, che potrebbero portare a nuove estinzioni locali. Per maggiori informazioni contatta il coordinatore locale più vicino alla tua "zona di influenza". |
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Il monitoraggio di una specie ad ampio areale ed alta capacità di spostamento come il Gipeto, è possibile soltanto attraverso sinergie fra i vari Stati interessati. Per questo motivo, nell'ambito del Progetto Life "Il Gipeto nelle Alpi" è stato creato un organismo di coordinamento, l'International Bearded Vulture Monitoring, che ha sede presso il Parco nazionale degli Alti Tauri (A), gestito e sviluppato dal dott. Richard Zink (monitoring@aon.at) e che gode della supervisione della Fondazione per la Conservazione del Gipeto (il cui Presidente è dal 2005 l'italiano dott. Paolo Fasce), e-mail: altore@fastwebnet.it.
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Indirizzo degli autori Luca Giraudo |
Ringraziamenti Si ringrazia Gabriella Nicolazzi per il fotoritocco di tutte le immagini. |
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